Alla deriva, alla discoteca*
Da qualche giorno sono ufficialmente fan di Little Boots, che oltre al suo eccelso “Stuck On Repeat” (che regala tranquillamente alla blogosfera in formato mp3 a 320 Kb: sta donna è troppo avanti per essere vera) più o meno ogni lunedì piazza su YouTube sue divagazioni musicali in video.
Si tratta di cose fatte just for fun, ma da non sottovalutare, anche perché la figliola suona cose curiose e per di più le suona bene e con una facilità e uno stile che rivelano talento, groove, idee. (e sì, un pezzo lo suona in mutande su un Roland SH-101 - credo - e questo può aver influenzato il giudizio, se siete dei malpensanti)
Il bello è scoprire come un musicista ti porti facilmente alla deriva. Senti Little Boots che fa una cover tutta sua di “Wearing My Rolex” di Wiley (un pezzo house-rap trasformato in un “qualcosa” per voce e piano) e ovviamente ti vai a guardare l’originale. Originale che campiona in modo sfacciato nientemeno che uno dei tuoi pezzi house preferiti, ovviamente rimaneggiati da SSH (che non è uno dei tunnel tanto decantati da Andrea Beggi, ma Steve “Silk” Hurley, cioè la house di Chicago fatta a persona).
E poi mi fermo, ma giusto perché potrei andare avanti per ore di deriva in deriva.
E così via. Dai cazzeggi di una affascinante brunetta puoi perderti per ore e perfino tornare alle tue prime sessioni di clubbing, quando la passione per la house era qualcosa da tenere nascosto perché avrebbe minato la tua street cred rock.
* sì, lo so che il titolo è cretino